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domenica 7 settembre 2014

E se anche tu fossi un "Wolf of Wall Street"?

Tutti sappiamo che la finanza ha giocato e continua a giocare un ruolo determinante nella crisi globale degli ultimi anni. Non a caso l'evento che viene preso a riferimento come momento di inizio del disastro economico che stiamo vivendo è il crollo del colosso finanziario Lehman Brothers nel 2008. Ma ci siamo mai fermati un attimo a chiederci da cosa dipenda il crescente proliferare della finanza a scapito dell'economia reale? Forse no. Pensiamo agli uomini che decidono dei nostri destini in modo confuso, sentendoli lontani dalle nostre miserie quotidiane, li accusiamo della nostra rovina e non ci capacitiamo di come si possa essere così miopi ed egoisti. Odio, rabbia e recriminazione si sovrappongono e alla fine tutto ciò che ci rimane è un impotente vittimismo, un frustrante senso di ingiustizia. Noi crediamo che però possa essere utile provare a comprendere alla radice la mentalità del Wolf of Wall Street di turno, non solo perchè evidentemente la cosa ci riguarda, ma anche perchè siamo a nostra volta protagonisti di questa storia.

Cos'è la finanza se non l'arricchimento immediato, senza scopo nè obiettivo a lungo termine, di chi non pensa e non vuole pensare al domani, ma solo al godimento presente ed effimero? Non si crea nulla, non si apporta nulla di nuovo e di buono al mondo, ma solo a se stessi e al proprio portafogli. E qui entriamo in gioco noi. Perchè anche se ci sembra di essere lontani anni luce dagli squali della finanza, forse è solo una questione di possibilità e "fortunate" circostanze. La mentalità della maggior parte delle persone infatti è la stessa, la logica del carpe diem e del massimo godimento immediato è imperante. "Si vive una volta sola", quante volte lo abbiamo pensato? Questa idea della vita senza uno scopo, dettata solamente dal caso e da una serie di eventi accidentali, ci ha condotti ad un nichilismo esasperato, che porta con sé l'egoismo senza limiti di chi pensa di avere un'unica possibilità per "godersela", sulle spalle degli altri, sulle spalle del mondo, sulle spalle della sua stessa anima. Ci siamo abituati a vedere la vita come da un treno in corsa che non riusciamo a fermare, per quanto ci sforziamo, mentre scorre il tempo e le possibilità rimangono indietro, nemmeno le vediamo, affannati come siamo a rincorrere sogni non nostri che ci lasciano insoddisfatti, affannati come siamo a nasconderci da noi stessi perchè terrorizzati dalla stazione finale che si avvicina inesorabilmente. Ci siamo convinti che l'unica cosa che possiamo fare, nell'esasperante attesa, sia passare freneticamente il nostro tempo, pensando il meno possibile alle conseguenze delle nostre azioni. Sostanzialmente quindi se il mondo va a rotoli non è solamente colpa dei soliti noti, perchè i Wolfs of Wall Street di turno a nostro avviso condividono con un enorme numero di persone la stessa mentalità nichilista e disillusa, portatrice solo di insoddisfazione e distruzione.

Come possiamo quindi cambiare le cose? Non c'è una risposta generica, l'importante crediamo sia essere disposti a porsi la domanda. Se lo siamo, a quel punto possiamo iniziare un percorso diverso, tracciare un'altra strada, scorgere nuove direzioni, che ci riavvicinino a noi stessi e agli altri. Ancora una volta: il mondo è un nostro riflesso, e insieme possiamo cambiarlo!

martedì 2 settembre 2014

L'Italia è davvero in deflazione?

Negli ultimi giorni avrete sicuramente letto o sentito che secondo gli ultimi dati Istat l'Italia è tornata in deflazione, per la prima volta dal 1959. Questo significa che, rispetto allo stesso mese del 2013, i prezzi al consumo sono diminuiti, per la precisione dello 0,1%

Ma se i prezzi scendono, qual è il problema? In fondo si potrebbe pensare che sia un vantaggio, che noi consumatori ne abbiamo solo da guadagnare. Dopo tutto spenderemmo di meno per acquistare gli stessi prodotti. Purtroppo però non è esattamente così che stanno le cose, perchè la deflazione porta con sè numerosi effetti collaterali, primo tra tutti quello di bloccare la crescita. Con i prezzi in continuo calo infatti consumatori e imprese tendono ad aumentare i propri risparmi e a rimandare le spese, dato che il potere d'acquisto della moneta cresce nel tempo. E considerando che stiamo attraversando, proprio in questi anni, una fase recessiva senza precedenti, il rischio di finire in un circolo vizioso è estremamente alto. Se la domanda, e quindi i consumi e gli investimenti, dovessero diminuire a ritmi ancora più elevati di quelli attuali, sempre più aziende sarebbero costrette a chiudere, e questo anche perchè i prezzi in continuo calo inciderebbero negativamente sui loro margini di profitto. Di conseguenza la disoccupazione continuerebbe ad aumentare, riducendo ulteriormente la domanda, e così via fino all'annichilimento economico del Paese.


Ma l'Italia è davvero in una situazione tanto grave? Siamo davvero precipitati in una spirale deflazionistica? A risponderci è Giorgio Alleva, niente meno che il Presidente dell'Istat, in questa intervista al Sole 24 Ore. Secondo Alleva "non esistono gli elementi per parlare di ingresso in un regime deflazionistico dell'Italia. Solo l'eventuale persistenza di un fenomeno del genere potrebbe consentirci di discutere dei rischi collegati a un regime di deflazione." Infatti "al netto dei prodotti energetici la variazione dei prezzi in agosto è positiva: l'inflazione è dello 0,4%, in aumento rispetto al più 0,3% del mese precedente. Dunque, l'elemento nuovo della dinamica in discesa dei prezzi al consumo è interamente spiegato dalla riduzione dei prezzi energetici."

Quindi sì, il rischio di finire in deflazione effettivamente esiste, ma no, questo ancora non è successo. Allora cosa si può fare per scongiurare una tale minaccia? Considerando che il fenomeno deflattivo nasce da una carenza di domanda (l'economia ci insegna che il livello dei prezzi cresce all'aumentare della domanda e decresce al diminuire della domanda), si dovrebbe fare di tutto per rilanciare la stessa. Preso atto di questo, possiamo innanzi tutto dire cosa non dobbiamo fare, ovvero precarizzare il mercato del lavoro e inseguire la famosa competitività tedesca. Ciò infatti si tradurrebbe inevitabilmente, a parità di disoccupazione (è ormai dimostrato dalla letteratura scientifica sul tema che la precarizzazione non crea occupazione), in una generale riduzione dei salari e quindi in una ulteriore riduzione della domanda. La soluzione dovrebbe tendere esattamente nel verso opposto, ovvero verso una redistribuzione sociale. I salari infatti hanno una propensione al consumo estremamente superiore rispetto ai profitti, quindi una manovra in grado di metterci al riparo dal rischio di deflazione potrebbe ad esempio essere questa. Poi, ovviamente, anche una politica europea decisamente più permissiva dal lato della spesa pubblica sarebbe più che auspicabile. 

Comunque la scelta su quale misura possa essere maggiormente efficace in questo senso è secondaria, così come è secondario se compierla a livello europeo o a livello nazionale uscendo dall'euro. L'unica cosa che conta davvero è agire immediatamente.

giovedì 28 agosto 2014

Modello consumistico: come sfruttarlo a nostro favore!

La vera dittatura oggi, prima ancora che politica, è senza dubbio economica. Mentre infatti in tempi di elezioni ancora ci ricordiamo che la scelta sta a noi, e che quindi un potere effettivo è nelle nostre mani, lo stesso accade sempre più raramente quando c'è da mettere mano al portafogli.

Una volta era la domanda a generare l'offerta. Quindi, se un'ampia fetta di popolazione si rendeva conto di nutrire un bisogno ancora insoddisfatto, prima o poi sarebbe saltato fuori qualcuno ad offrir loro proprio quel bene o servizio in grado di soddisfare quello stesso bisogno. Oggi invece, con la nascita del modello consumistico (su cui vi invitiamo a leggere questo nostro precedente articolo), la situazione  si è ribaltata. Grazie a tecniche persuasive sempre più affinate e ad un bombardamento pubblicitario ormai incessante sono gli stessi produttori di beni e servizi ad inculcare nelle nostre menti nuovi bisogni, di cui noi non avvertivamo l'esigenza. Certo, anche in politica il marketing è un elemento sempre più importante, ma questa è una naturale conseguenza di quanto detto finora. Se vogliamo risolvere il problema è necessario agire alla radice.

Noi cittadini e consumatori dobbiamo innanzi tutto ricordarci che ogni giorno esercitiamo un enorme potere sull'indirizzamento della società. Non ci credete? Allora ve lo dimostriamo. Come saprete oggi tutto il sistema è mosso da un unico incentivo: il profitto. E indovinate chi è che permette a queste enormi corporations, che spendono patrimoni in campagne pubblicitarie mastodontiche, di ottenere profitti da far impallidire intere nazioni? Esatto, proprio noi, con le nostre scelte di consumo.

Ma come possiamo fare ad esercitare consapevolmente questo potere? Una buona strategia per non cadere nel tranello propagandistico quando ci rechiamo a fare compere, secondo noi, potrebbe essere quella di vedere ogni singola banconota che teniamo nel portafogli come un voto da esercitare, un voto che in una società di mercato come quella in cui viviamo vale anche più di una scheda elettorale. Una volta presa coscienza di questo sarà automatico divenire più propensi ad informarsi sull'etica, sui processi produttivi e sulla storia di quelle aziende a cui si è ormai abituati a dare soldi quasi inconsapevolmente, guidati da un ragionamento tipo: "Ah, sì, questo marchio l'ho visto in TV, deve essere buono!". Tra l'altro sappiate che di solito è proprio il contrario. E poi indovinate chi è che paga le campagne pubblicitarie milionarie e i testimonials di lusso di queste società? Esatto, proprio noi, con i nostri acquisti. Insomma, oltre al danno anche la beffa.

Oggi, con internet, recuperare informazioni è sempre più alla portata di chiunque, e fare qualche ricerca perlomeno su quei marchi che ci rendiamo conto di acquistare più spesso, per rendere la nostra spesa e il nostro shopping più consapevoli, sarebbe già un ottimo inizio. Potremmo accorgerci che fino a ieri abbiamo finanziato lo sfruttamento minorile, la distruzione dell'ambiente, o addirittura abbiamo acquistato prodotti dannosi per la nostra salute o destinati a deperirsi in tempi brevissimi per il fenomeno dell'obsolescenza programmata. Ma anche solo avere un occhio di riguardo per il made in Italy, quello vero, fatto con passione e autenticità, di questi tempi non sarebbe una cattiva idea. Insomma, ognuno può scegliere i propri criteri, ma l'importante è averne!

Va da sè che naturale conseguenza derivante da una tale presa di coscienza da parte dei consumatori sarebbe quella di rilanciare finalmente il concetto di "meritocrazia". Venute meno le armi della persuasione e della propaganda infatti ogni produttore sarebbe obbligato ad ottenere la nostra approvazione e la nostra fiducia, generando benefici per l'intera società. 

Nelle nostre mani abbiamo un grandissimo potere, è ora di assumercene la responsabilità!

mercoledì 27 agosto 2014

Standard retributivo europeo: una soluzione definitiva alla crisi

Qui chiudiamo tutto il discorso legato alla crisi economica e finanziaria che da ormai 6 anni sta distruggendo il benessere e la fratellanza dei popoli in Europa. Le principali cause e dinamiche le avevamo analizzate nel dettaglio in questo articolo, che vi consigliamo vivamente di leggere prima di proseguire, quindi ora passeremo ad affrontare l'ultimo step, quello della soluzione.

Finalmente possiamo gioire nel darvi una buona notizia: la soluzione a questa crisi infinita esiste già, e non c'è bisogno di distruggere niente! Non occorre uscire dall'euro, e tanto meno occore interrompere il processo di integrazione europeo, anzi, è proprio il contrario. Si tratta semplicemente di far sì che questo processo torni ad essere coerente con quanto sognato dai suoi fondatori, che di certo non avrebbero mai immaginato che il loro sogno si sarebbe poi trasformato in un incubo per centinaia di milioni di persone.

Ma questo come si realizza? La risposta si chiama "standard retributivo europeo", ed è già stata illustrata da economisti del calibro di Emiliano Brancaccio e Eckhard Hein (che per la cronaca, è tedesco). Questo standard prevederebbe in primis che tutti i Paesi membri dell'Unione Europea si impegnassero a garantire una crescita dei salari reali almeno pari a quella della produttività del lavoro. Al di sopra di questa crescita minima, in secondo luogo, lo standard legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali dei vari Paesi. Quindi i Paesi caratterizzati da un surplus commerciale sistematico con l'estero (per capirci: quelli che in maniera strutturale esportano più di quanto importano) dovrebbero accelerare la crescita delle retribuzioni rispetto alla crescita della produttività.

I benefici apportati da questa semplice regola all'economia dell'eurozona sarebbero immediati, dirompenti e soprattutto duraturi. Come primo risultato si otterrebbe quello di interrompere la caduta ormai trentennale della quota salari in Europa e la tendenza recessiva che ne è conseguita. I salari infatti hanno una propensione molto più alta al consumo rispetto ai profitti, quindi lo "standard retributivo europeo" si traddurrebbe, oltre che in una comunque necessaria redistribuzione sociale, anche in una fortissima spinta ai consumi e di conseguenza alla crescita. Inoltre, sempre grazie allo standard, gli squilibri commerciali esistenti tra i vari Paesi, a cui ora i vari governi sono costretti a porre rimedio attraverso la precarizzazione dei lavoratori, la distruzione dei salari e l'austerità, si riverserebbero sì interamente sui salari, ma lo farebbero al rialzo. Ovvero: la Germania è più competitiva, ha una maggiore produttività del lavoro e riesce ad esportare di più? Bene, i suoi lavoratori saranno ricompensati con una crescita dei salari reali più alta rispetto a quella di tutti gli altri Paesi. In Italia siamo pigri e improduttivi? Bene, i salari reali non si muoveranno di una virgola. Va da sè che nel giro di pochissimo i tedeschi inizierebbero a trovare sempre più convenienti i beni italiani e quindi ne aumenterebbero l'importazione, contribuendo al rilancio della nostra economia, mentre gli italiani sarebbero finalmente incentivati ad aumentare la loro produttività ed efficienza, sia per soddisfare questa nuova domanda, accresciuta anche da una maggiore domanda interna dato che i beni tedeschi diventerebbero via via più cari, sia per vedersi aumentare i propri salari reali. Finchè ad un certo punto la situazione si invertirebbe, e allora toccherebbe a noi monetizzare gli sforzi fatti e ai tedeschi inseguire. Insomma, si instaurerebbe un vero e proprio circolo virtuoso in cui non perderebbe nessuno. 

Allora vi chiediamo: non sarebbe questa l'Europa che tutti vogliamo? Un'Europa in cui i Paesi membri non competono più al ribasso sui salari e sui diritti dei lavoratori, ma al rialzo sulla qualità della vita al loro interno? Dove le aziende sono costrette a competere non più al ribasso sui prezzi, bensì al rialzo sulla qualità dei prodotti e dei servizi? Non sarebbe questa l'Europa dei popoli, della pace, della civiltà e della prosperità che i padri del progetto europeo sognavano?

Finalmente guardando in fondo al tunnel iniziamo a scorgere una luce, ma per raggiungerla dobbiamo essere in tanti a vederla!

martedì 26 agosto 2014

Di nuovo Insieme!

In questo nostro viaggio di ricerca della verità è stato inevitabile imbatterci in un mondo molto spesso menzognero e spietato, più oscuro di quanto avremmo mai potuto immaginare. Senza neppure accorgercene, da un giorno all'altro, abbiamo stravolto il nostro modo di vivere e relazionarci con gli altri, abbiamo iniziato a pensare che tutto intorno a noi fosse terribile e sbagliato, che una via d'uscita a tutto questo sconforto non esistesse, che saremmo rimasti impantanati per sempre.

Insomma, uscire indenni da questa nuova realtà, in cui abbiamo deciso di immergerci completamente, è molto dura. Tuttavia sono bastate un paio di settimane lontani dai social e dal caos mediatico per ricordarci che questa doveva essere solo una tappa del percorso, uno scendere giù negli abissi dell'incoscienza umana fino a toccare il fondo, ma solo per poi risalire verso la luce con ancora più slancio.

Ecco perchè adesso, facendo comunque tesoro di questa nuova consepevolezza, abbiamo deciso di tornare a concentrarci su di noi, sulle nostre vite, il nostro benessere e i nostri obiettivi. Ci siamo ricordati che originariamente il motto del progetto "Insieme" era: "Il mondo è un nostro riflesso, e insieme possiamo cambiarlo". Beh, è ancora così! Studiare i problemi che affliggono la nostra società e denunciarli è certamente importante, ma se ci fermassimo lì, senza offrire alcuna speranza, non faremmo altro che rendere il mondo un posto ancora più sinistro e cupo dove vivere. D'ora in poi terremo un approccio propositivo e costruttivo, e smetteremo di trascurare le tantissime cose meravigliose, piccole e grandi, che ci stanno intorno e che troppo spesso ci siamo abituati a dare per scontato. Non ci porremo più limiti o vincoli, scriveremo di tutto ciò che ci viene dall'anima e lo faremo senza pensarci due volte.

In fondo spetta a noi decidere come vogliamo vivere la nostra vita, a quali cose vogliamo dare la priorità e il potere di influire sul nostro stato d'animo, e siamo noi a decidere come vogliamo porci nei confronti degli altri. Noi oggi abbiamo fatto la nostra scelta: vogliamo passare dalla negatività alla positività, dalla distruzione alla costruzione, convinti che il mondo ci sorriderà di riflesso. Facciamolo insieme!


sabato 9 agosto 2014

La verità sul TTIP e gli OGM

Il governo Renzi, tra i vari obiettivi del semestre europeo a guida italiana, ha annunciato quello di voler accelerare le negoziazioni per giungere alla stipulazione del Trattato Transatlantico (TTIP).

Come avevamo già scritto in questo articolo si tratta di un accordo di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti. In pratica, se oggi abbiamo un mercato unico europeo, dopo la ratifica di questo Trattato avremo un mercato unico euro-americano. Vi avevamo già fatto presente, nell'articolo linckato qui sopra, come una delle tante conseguenze nefaste di un simile accordo sarebbe l'obbligo, per tutti i Paesi dell'Unione Europea, di adeguarsi alla regolamentazione sulla tutela del consumatore e dell'ambiente attualmente vigente negli USA, ben meno stringente di quella comunitaria. Tra i tanti accorgimenti che i nostri governanti dovrebbero prendere a tal fine, in questo articolo vogliamo trattare la questione dei cibi OGM, molto discussa ma purtroppo ancora troppo poco conosciuta (come spesso accade quando di mezzo ci sono interessi economici molto importanti).

OGM sta per "Organismo Geneticamente Modificato", e le pratiche che permettono di giungere alla creazione di questi OGM consistono essenzialmente nell'inserire, all'interno del materiale genetico di un organismo pre-esistente, dei geni appartenenti ad altri organismi. Si tratta, in sostanza, di realizzare degli incroci genetici in laboratorio. L'attuale regolamentazione comunitaria in materia, data la relativa novità di tali tecniche, attualmente è basata sul principio di precauzione, e quindi opta per una politica cautelativa e prudenziale, riconoscendo in simili pratiche l'esistenza di controversie scientifiche. Per dirlo in parole molto semplici, il principio di precauzione potrebbe tradursi nell'aforisma: "Prevenire è meglio che curare", ed è evidente che in un ambito come quello degli OGM, specie in campo agro-alimentare, dove a rischio ci sono sia la salute umana che l'ambiente, un siffatto principio potrebbe rivelarsi prezioso. Da tener presente poi che tale principio non vieta a prescindere le pratiche OGM, ma le sottopone semplicemente ad un controllo scientifico e politico preventivo. Insomma, semplice buon senso, e non mero proibizionismo come una certa propaganda vorrebbe farci erroneamente pensare.

Oltretutto va considerato che anche i presunti benefici derivanti da tali colture sono ricoperti da un alone di mistero. Questi perlopiù sarebbero dati dalla possibilità, per i coltivatori diretti, di poter contare su piante più resistenti a virus, pesticidi, erbicidi, ai funghi (per il tabacco), alla siccità e al gelo. Inoltre i prodotti OGM in alcuni casi potrebbero essere arricchiti nei valori nutrizionali e dotati di una maggiore conservabilità. Molto bene, ma allora perchè le multinazionali americane (ricordiamo che gli USA sono il maggior produttore mondiale di OGM) temono così tanto il principio di precauzione vigente nell'Unione Europea? In fondo se i benefici sono così evidenti, e i rischi nullli come dicono, di cosa si preoccupano? L'Unione Europea ha già autorizzato la produzione di cinque varietà di mais e due di colza OGM, quindi ha dimostrato di non aver alcun pregiudizio verso queste tecniche. Onestamente, anche dal punto di vista delle multinazionali, non riusciamo a trovare un solo motivo razionale per cui dovremmo rinunciare al principio di precauzione.

Ma a ben pensarci, se per i consumatori finali lo sdoganamento indiscriminato degli OGM rappresenterebbe, appunto, solo un pericolo, per le multinazionali americane questo rappresenterebbe invece un'enorme opportunità di fare profitti pressochè illimitati. Ed ecco dove casca l'asino. Dovete sapere che le sementi OGM producono piante sterili, che non sono in grado di riprodursi insomma. Quindi, per ogni nuova semina, i coltivatori diretti devono obbligatoriamente rivolgersi nuovamente alla multinazionale di turno, per sempre. Vi rendete conto di quali interessi abbiano queste gigantesche aziende a creare una dipendenza da acquisto di sementi OGM, sottraendo agli agricoltori ogni autonomia? Non deve stupire allora che capiti di leggere dichiarazioni come quella della scienziata Elena Cattaneo, che sul Sole 24 Ore arriva addirittura ad affermare che gli italiani sono incompetenti perchè preferiscono i pesticidi agli OGM. In fondo il metodo di propaganda commerciale utilizzato da queste grandi corporations è sempre lo stesso, quello che da Bernays in poi non ha fatto altro che instillare nuovi bisogni nei consumatori semplicemente facendo leva su istinti irrazionali come la paura e creando sensazioni di inadeguatezza nel pubblico. Della serie: "Tu fai schifo, ma se fai come dico io, se compri i miei prodotti, allora sarai degno di stima". (A tal proposito comunque vi consigliamo la lettura di questo nostro articolo).

E' evidente che ad un'analisi razionale l'Unione Europea, e in primis l'Italia, non dovrebbero aver alcun interesse nello sdoganamento totale degli OGM. Chiunque dica il contrario è incompetente, o semplicemente in malafede. In primo luogo perchè come si è visto il principio di precauzione non si traduce in mero proibizionismo, ma in naturale buon senso. In secondo luogo, da un punto di vista economico e culturale, bisogna considerare l'impatto che le colutre OGM avrebbero sul nostro settore agro-alimentare qualora la propaganda mediatica dovesse vincere sulle menti di elettori e consumatori. Coltivare OGM potrebbe forse avere un senso in Groenlandia, in aree ad intensa siccità come la California, ma farlo in Europa è una vera e propria follia. Prendiamo l'esempio dell'Italia: di punto in bianco tutto il nostro made in Italy in ambito agro-alimentare perderebbe ogni valore. I nostri migliori prodotti, quelli che da tutto il mondo ci invidiano e sono disposti a pagare oro per acquistare, i nostri DOC (denominazione di origine controllata), i nostri DOP (denominazione di origine protetta), i nostri I.G.P. (Indicazione Geografica Protetta), i nostri S.T.G. (Specialità Tradizionale Garantita), tutto questo patrimonio inestimabile derivante da condizioni climatiche e tradizioni millenarie irreplicabili verrebbe spazzato via in un secondo. E il tutto con estrema superficialità, solo perchè i media main stream continuano a ripeterci quanto noi siamo pigri e arretrati e quanto all'estero siano innovativi e moderni. 

E allora dobbiamo lottare contro questo patto scelerato che Matteo Renzi sembra avere tutte le intenzioni di voler firmare al più presto. E non dovrebbe essere un interesse solamente italiano, ma europeo. La forza dell'Europa sono le sue peculiarità regionali, le sue tradizioni, che in millenni di storia hanno raggiunto livelli qualitativi tali da far impallidire qualsiasi OGM freddamente riprodotto in laboratorio da scienziati in camice bianco. Perchè dovremmo rinunciare alla nostra ricchissima storia solo per abbassarci al livello di popoli che in fondo una vera e propria storia non ce l'hanno mai avuta? Loro non hanno nulla da difendere, ma noi europei, al contrario di quanto vorrebbero farci credere, sì. Cerchiamo di fare un'informazione corretta, di sbugiardare lucidamente e con la massima razionalità e oggettività la propaganda commerciale, creiamo una massa critica contro questo Trattato che di fatto decreterà la morte dell'Europa. 

Speriamo vi rendiate conto dell'enorme responsabilità che pesa sulle nostre spalle. Siamo gli ultimi rimasti.

giovedì 7 agosto 2014

Ancora recessione: i motivi della crisi infinita

Ieri l'Istat ha pubblicato le sue stime preliminari sul Pil italiano. Come vi avevamo già più volte anticipato, nonostante governo e media continuassero a rassicurarci e a dirci che la ripresa era vicina, questione di centimetri, le cose vanno tutt'altro che bene. 

Non si tratta di essere catastrofisti, altrimenti dovremmo accusare anche l'Istat di essere pieno di gufi e rosiconi, ma poverini, loro che colpa ne hanno se la nostra economia va a rotoli? Qui si tratta di guardare in faccia la realtà. I dati ci dicono che anche nel secondo trimestre del 2014 il Pil è sceso, come accaduto nel primo trimestre di quest'anno. Ma la situazione è addirittura peggiorata. Se nel primo trimestre il Pil subì una variazione negativa del -0,1%, in questo trimestre ha registrato una variazione del -0,2%. Quindi, nel 2014, siamo ad una variazione acquisita del PIL del -0,3%. E questo nonostante una certa stampa, in seguito alla pubblicazione dei dati Istat relativi al primo trimestre di quest'anno, continuasse a dirci che le cose sarebbero cambiate con gli 80 euro di Renzi. Ora lo potete constatare con i vostri occhi: avevamo ragione noi (qui il nostro commento al precedente bollino Istat). Ci teniamo a precisarlo perchè abbiamo capito che molte persone ancora faticano a credere che i media tradizionali e i nostri governanti possano mentirci, o almeno sbagliarsi, così speriamo che se sei tra questi, una volta messo davanti all'evidenza, tu possa perlomeno porti il dubbio.

In questo articolo avevamo spiegato perchè con i vincoli comunitari, sempre più stringenti soprattutto a partire dall'anno prossimo con Fiscal Compact e pareggio di bilancio, la crescita è e sarà sempre tecnicamente impossibile. In questo articolo vi avevamo dimostrato che l'euro, per come strutturato adesso e con i rapporti di forza attualmente vigenti all'interno dell'UE, non solo è collegato all'austerità, ma addirittura la implica (e quindi che chiunque venga a dirci che prima o poi i tedeschi si ammorbidiranno spontaneamente è un bugiardo o un illuso). Infine, in quest'altro articolo, vi avevamo spiegato perchè tagliare la spesa pubblica non equivale ad abbassare le tasse e tanto meno ad avvicinarsi alla crescita, anzi. 

Il primo passo verso la soluzione dei problemi non può che essere l'analisi delle loro cause. Solamente capire qual è la vera origine della crisi che stiamo vivendo può darci qualche speranza di trovarvi una soluzione e farci smettere di subire passivamente tutto ciò che ci piove sulla testa. Sintetizzando ciò che abbiamo scoperto finora (ma in ogni caso vi invitiamo di cuore a leggere con attenzione perlomeno gli articoli linkati sopra) si ottiene che la depressione economica e sociale di cui siamo vittime non dipende affatto da una nostra inferiorità antropologica e intellettuale o dai nostri conti pubblici. Abbiamo scoperto che i tedeschi non sono migliori di noi perchè più belli, intelligenti e precisi, ma semplicemente perchè dal 2003 in poi hanno attuato una riforma del mercato del lavoro che di fatto ha determinato un annichilimento dei diritti dei lavoratori in Germania. Mentre nel resto d'Europa i salari reali sono aumentati, tra il 2000 e il 2010, del 5,5%, in Germania i salari reali sono rimasti stazionari. Non si sono mossi di una virgola. I salari nominali invece, sempre nello stesso periodo, in Germania sono aumentati appena dell'11% contro il 27% della media europea. E indovinate un po': per rendere accettabile alla popolazione una tale scelta politica il governo è stato costretto a spendere, e molto, nello Stato sociale. Se andiamo a vedere i dati infatti, possiamo agevolmente constatare che la Germania fu il primo Paese a venir meno alle regole di Maastricht quando, tra il 2002 e il 2005, sforò per ben 4 anni consecuitivi il tetto del 3% del deficit pubblico. Ed ecco sfatato anche il mito dei tedeschi perfettini e degli italiani buzzurri.

In pratica, il modello tedesco che adesso sta venendo imposto in tutta Europa (o tramite governi nominati da Bruxelles o tramite un commissariamento diretto) non è quello della prosperità e del benessere dei popoli che i padri fondatori dell'Unione Europea avevano in mente. Al contrario, la politica economica e industriale tedesca ha sfruttato la distruzione dei salari dei propri lavoratori per rendere più competitivi all'estero i propri prodotti (meno paghi i lavoratori, e più potrai abbassare il prezzo di ciò che producono). E come se non bastasse è stata proprio questa politica mercantilista tedesca a produrre l'attuale catastrofe economica che pesa sull'intera eurozona. Siccome mentre la produttività tedesca aumentava, i salari reali in Germania restavano costanti, gran parte della produzione tedesca non poteva essere venduta all'interno del mercato tedesco (banalmente: se tutti guadagnano poco, poi chi compra?). Questo eccesso di produzione è quindi stato riversato nel mercato unico, su tutte le altre economie dell'eurozona, compresa quella italiana, e dato che i prodotti tedeschi erano molto più competitivi per i motivi di cui si è detto poco più su ecco la distruzione del nostro apparato produttivo, di quello greco, di quello francese, eccetera. Considerando poi che l'euro ci ha trascinati in un regime a cambi fissi, e quindi impedisce la normale funzione riequilibratrice del mercato dei cambi (le temutissime svalutazioni e rivalutazioni per intenderci), è evidente che non esiste più alcun ostacolo all'accentuamento di tali squilibri commerciali, che infatti continuano incessantemente ad accentuarsi sotto ai nostri occhi insieme alla recessione economica che inevitabilmente ne consegue.

Ma non è finita: c'è di peggio. Mentre in Germania i lavoratori che con i minijob lavorano per 400 euro al mese hanno diritto a dei sussidi e ad uno Stato sociale all'altezza, nel resto d'Europa questo non è concesso. Sapete, gli svantaggi di essere la periferia. Quindi, per inseguire i cugini tedeschi e diventare più "competitivi", non solo dobbiamo precarizzare i lavoratori e deregolamentare a più non posso il mercato del lavoro, ma non possiamo neppure offrire loro alcuna tutela economica e sociale perchè abbiamo un debito pubblico troppo elevato. Poco importa se anche la Germania, per finanziare le stesse manovre, era venuta meno alle regole di Maastricht per ben 4 anni consecutivi. E importa ancor meno ai nostri governanti il fatto che in ogni caso abbassare i salari più degli altri ed essere più competitivi degli altri non è mai una condizione duratura e strutturale, ma si traduce semplicemente in una gara continua al ribasso, che se il modello tedesco riesce definitivamente a imporsi contraddistinguerà le politiche economiche di tutti i Paesi dell'eurozona da qui fino alla notte dei tempi. Insomma, dal lato tedesco non se ne esce.

Quindi cosa vogliamo fare? Lasciarci ancora prendere in giro? Tenete presente che con i dati pubblicati oggi dall'Istat una manovra correttiva ad ottobre si è ormai resa necessaria, e c'è da scommettere che avrà una consistenza ben superiore ai 20 miliardi. In pratica Renzi dovrà fare ciò che ha fatto Monti, forse anche peggio, e non ci stupirebbe se da Bruxelles venisse mandato un altro esecutivo tecnico che badi unicamente a racimolare questi soldi, senza alcun vincolo e legittimità democratica. Staremo a vedere. Ciò che è certo è che se rinunciamo a cercare la verità ed accettiamo il modello tedesco per come ci viene presentato, senza nemmeno sforzarci di provare ad immaginare un piano "B" per l'Europa (e noi qualche idea ce l'avremmo), ci aspettano decenni molto bui.

mercoledì 6 agosto 2014

E mentre tutti parlano di Schettino...

Oggi su tutti i giornali si commenta con parole colme d'ira, di disprezzo e di incredule sgomento un evento successo non in giornata, ma un mese fa e balzato solo adesso agli "onori" della cronaca. Un piccolo ripasso per chi fosse riuscito, almeno fino ad ora, ad evitare il bombardamento mediatico sull'argomento: l'ex-comandante della Costa Concordia Francesco Schettino, noto per aver abbandonato la nave durante il naufragio che è costato la vita a 32 persone, il 5 luglio ha partecipato ad una lezione nell'ambito di un master in scienze criminologiche all'Università La Sapienza di Roma. "Dovevo illustrare la gestione del controllo del panico. O meglio qual è la componente umana in situazioni del genere. D’altronde ho viaggiato in ogni mare del mondo. So come ci si comporta in casi del genere, come bisogna reagire quando ci sono equipaggi di etnie diverse", ha dichiarato Schettino, mentre sommozzatori e sub, lontani dal clima festoso ed entusiasta in cui Matteo Renzi qualche giorno fa ha festeggiato il recupero del relitto, sono impegnati nelle ricerche del corpo dell’ultimo disperso della Costa Concordia, il giovane cameriere indiano Russell Rebello. 

Ma noi a questo punto abbiamo una domanda per tutti i giornalisti che hanno riportato la notizia sui quotidiani nazionali, oltre che per il ministro dell'istruzione Stefania Giannini, che ha definito l'intervento di Schettino alla Sapienza un fatto sconcertante: dove li nascondete il vostro sconcerto e la vostra indignazione sul Patto del Nazareno? Oggi Renzi e Berlusconi si sono incontrati per la terza volta (in veste istituzionale), per continuare insieme il percorso di definizione di temi come le riforme costituzionali e la legge elettorale, rigorosamente a porte chiuse e senza streaming, e non abbiamo visto molti articoli indignati del fatto che un pluripregiudicato stia mettendo le mani sulla nostra Costituzione e che, in barba alla decantata trasparenza di cui Renzi ama tessere le lodi, non esista al momento alcun atto scritto in cui sia possibile leggere per lo meno le linee guida del suddetto patto (motivo per cui il Movimento 5 stelle ha disposto un'interrogazione parlamentare rivolta allo stesso Renzi, a cui ancora non è stata data risposta).

Sul bollettino di Forza Italia del 23 luglio "Il Mattinale”, a firma di Renato Brunetta, veniva riportata una dichiarazione di Berlusconi il quale affermava: “non m’importa del Senato, accordo con Renzi è su Italicum e giustizia”. Certo, non fa una piega che un uomo con 4 processi in corso, una sentenza di condanna definitiva, 6 reati prescritti, 9 procedimenti archiviati, che ha goduto di 2 amnistie e 8 assoluzioni (trovate la sconcertante lista completa e dettagliata qui) riformi la giustizia e la Costituzione, a porte chiuse insieme ad un ex sindaco non eletto per fare il premier, senza nessun atto scritto che ci informi su cosa si stiano mettendo d'accordo. In questo clima, ovviamente non fa una piega nemmeno che le misure che si prospettano all'orizzonte puntino chiaramente verso una svolta autoritaria, in cui oltre a smantellare importanti articoli della Costituzione (come abbiamo analizzato qui), il fondamento stesso della nostra Repubblica, l'articolo 1, diventerà carta straccia priva di valore. Come potremo infatti continuare a sostenere che "La sovranità appartiene al popolo", quando avremo, tra le tante aberrazioni, una legge elettorale senza preferenze e con un premio di maggioranza spropositato, e un Senato non più elettivo, votati da un Parlamento dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale?

Il dramma si sta consumando sotto i nostri occhi, e mentre notiamo la palese assurdità di Schettino che, invitato all'Università La Sapienza, partecipa a un seminario sulla gestione del controllo del panico, non possiamo ignorare le gravissime quanto assurde vicende politiche di cui oggi siamo spettatori, troppo spesso passivi, lasciandole scorrere con un'alzata di spalle. Non è più tempo di affidarsi al leader carismatico di turno, non è più tempo di credere a chi chiacchiera che "la ripresa tarda ad arrivare, come l'estate". Dopo 20 anni di berlusconismo dovremmo aver capito che ciò di cui abbiamo bisogno non è lasciar fare al parlatore di turno, ma partecipare e decidere noi stessi del nostro futuro, come popolo sovrano. Per farlo dobbiamo essere informati ed informare, per tornare ad essere liberi dalle chiacchiere e dalle menzogne, liberi e consapevoli che non dobbiamo per forza aspettare di cadere nel baratro per poi piangerci addosso, possiamo decidere di cambiare rotta prima che succeda.

martedì 5 agosto 2014

Ecco perchè con l'euro l'austerità non avrà mai fine

La propaganda mediatica ci parla di euro e austerità come se fossero due fenomeni scollegati, l'uno indipendente dall'altro, regalandoci l'illusione che un giorno, in un futuro più o meno prossimo, potremo alzare la voce in Europa e far valere le nostre ragioni, rimanendo nell'euro e convincendo però i nostri cugini tedeschi ad essere più benevoli con noi e concederci un po' di respiro. Questi discorsi hanno la stessa valenza di chiacchiere da bar, e lo sapete perchè? L’euro e le politiche di austerity non solo sono collegati, ma addirittura l'euro implica le politiche di austerità.

Per capirlo, innanzitutto c’è da fare una premessa fondamentale: adottando l'euro i vari Paesi dell'eurozona hanno deciso di passare da un regime a cambi flessibili ad uno a cambi fissi. Quindi quando il Consiglio Europeo nel 1999 determinò i tassi di cambio tra le varie valute nazionali e l'euro, si decise che da quel momento in poi un euro sarebbe valso per sempre 1936,27 lire, 6,55957 franchi, 1,95583 marchi e così via. L'importanza di una tale decisione è ancor più evidente se si tiene a mente che neppure gli accordi di Bretton Woods, in cui si decise di agganciare le varie valute nazionali all'oro, avevano determinato un sistema tanto rigido. 

Ma andiamo a vedere nello specifico cosa ha comportato una scelta tanto azzardata da parte dei nostri governanti. Gli effetti più dirompenti ed immediati sono certamente quelli che hanno riguardato il commercio intra-comunitario, che ha visto mutare radicalmente le proprie dinamiche. Nel precedente regime a cambi flessibili infatti le valute nazionali erano libere di fluttuare sui mercati dei cambi in base ai meccanismi della domanda e dell'offerta, e il venir meno di questa funzione riequilibratrice ha dato vita a notevoli distorsioni negli scambi commerciali all'interno del mercato unico europeo. Cerchiamo di spiegarlo chiaramente: nel sistema delle vecchie valute nazionali, quando un Paese, supponiamo l'Italia, importava merci o servizi da un altro Paese, prima doveva acquistarne la valuta. Quindi, se volevamo importare BMW tedesche, prima dovevamo procurarci dei marchi tedeschi e solo successivamente potevamo acquistare le nostre automobili (ovviamente il consumatore finale neppure si accorgeva di questo passaggio, ma a livello macroeconomico è così che funzionava). All'interno di un regime a cambi flessibili, se i beni o servizi di un determinato Paese, continuiamo a supporre la Germania, erano molto richiesti dall'estero, allora anche la sua moneta era molto richiesta. E siccome il meccanismo della domanda e dell'offerta imponeva che al crescere della domanda il prezzo aumentasse, il marco tedesco si rivalutava. Il discorso opposto vale per le svalutazioni: quando i prodotti di un Paese erano poco richiesti all'estero, allora anche la sua moneta era scarsamente domandata, e quindi si deprezzava, svalutandosi. Cos'è cambiato con l'euro, e quindi con i cambi fissi? E' cambiato che il mercato non è più libero di svolgere la sua funzione riequilibratrice, quindi se i prodotti di un dato Paese oggi sono molto richiesti, la valuta di questo Paese non si rivaluterà; se sono scarsamente domandati, la sua valuta non si svaluterà (il che fa sorridere, se si considera che di solito chi difende l'euro si dichiara anche un sostenitore a spada tratta del libero mercato). 

Un ulteriore ed altrettanto importante effetto scaturito dall'introduzione dell'euro riguarda poi il mercato dei capitali. Nel precedente regime a cambi flessibili gli investitori esteri, prima di decidere dove investire il proprio denaro, dovevano considerare molto attentamente il rischio di cambio. Questo rischio, in poche parole, si riferisce alla possibilità che la svalutazione di una valuta determini una perdita del potere d'acquisto della moneta stessa e quindi, per i creditori esteri, una perdita di valore dei propri crediti. E' evidente che in un regime a cambi fissi tale rischio è del tutto annullato e quindi la concessione di crediti da parte di istituti finanziari esteri è agevolata a dismisura, fino a sfociare nell'erogazione indiscriminata di prestiti a chicchessia, ma su questo punto ci torneremo più avanti. Ciò che è importante capire adesso è che mentre prima, in un regime a cambi flessibili, gli investitori esteri dovevano pensarci due volte prima di concedere prestiti a Paesi che tendevano a veder svalutata spesso la propria moneta, ora questo incentivo a controllare le qualità del debitore è venuto meno.

Proviamo ad unire i puntini. Abbiamo che l'euro, in un colpo solo, ha determinato sia il venir meno del meccanismo riequilibratore degli squilibri commerciali, sia il venir meno del rischio di cambio. Ma quali sono le conseguenze di tutto ciò?

Procediamo con ordine, partendo dagli squilibri commerciali. E' evidente che, grazie a questo regime a cambi fissi, ad aver tratto tutti i vantaggi dall'euro sono le economie che, per l'appunto, partivano avvantaggiate. Queste infatti hanno potuto letteralmente inondare le economie meno sviluppate, che non più protette né da dazi né dal mercato dei cambi sono state condannate a morte. Se l'Unione Europea non ci fosse stata presentata come una comunità di popoli che punta ad una crescita armoniosa ed equilibrata, potremmo dire che è giusto così, che il migliore prevale. Il problema è che invece tutte queste belle parole sono scritte anche nei Trattati, e quindi andrebbero rispettate. A questo va aggiunto poi che il Paese che in questa vera e propria guerra commerciale è riuscito a imporsi su tutti gli altri, ovvero la Germania, lo ha fatto non solo in barba al principio di cooperazione europea, ma addirittura trasgredendo a quelle stesse regole di bilancio a cui ora odiosamente vincola tutti i Paesi "sconfitti". Il vero segreto della competitività tedesca infatti sono state le riforme Hartz, che dal 2003 hanno reso il mercato del lavoro tedesco il più precario e meno tutelato d'Europa. Abolizione del minimo salariale e creazione di contratti atipici, chiamati minijobs, che prevedono una retribuzione massima di 400 euro, sono solo alcune delle novità introdotte dalla riforma del lavoro tedesca, che vi invitiamo ad approfondire in questo articolo del Giornale dell'Università di Padova. Ma evidentemente i costi sociali di una tale manovra non potevano che essere ingenti, ed è per questo che la Germania, proprio a partire dal 2002, fu il primo Paese a trasgredire agli accordi di Maastricht portando il proprio rapporto debito pubblico/Pil  dal 58,83% del 2001 al 76,52% del 2011 (qui i dati) e superando per ben 4 anni di fila, dal 2002 al 2005, il limite del 3% di deficit pubblico (qui i dettagli). In pratica i tedeschi hanno finanziato la propria politica mercantilista, di per sè illegittima in quanto non cooperativa, tramite un aumento di spesa pubblica tale da venire costantemente meno alle regole di Maastricht (come ci spiega più approfonditamente anche questo articolo del Fatto Quotidiano).

Ma come già detto, lo strapotere commerciale tedesco non è l'unico effetto artificialmente prodotto dall'introduzione dell'euro. C'è anche l'abolizione del rischio di cambio. Questo ha fatto sì che mentre la Germania aumentava le proprie esportazioni arricchendosi e il resto d'Europa aumentava le proprie importazioni impoverendosi, le banche nordiche, e in primis tedesche, hanno potuto finanziare senza troppi patemi d'animo i cosiddetti PIGS affinchè questi potessero continuare ad acquistare i sempre più convenienti prodotti tedeschi. Questo spiega l'esplosione del debito estero, sia pubblico che privato (ma soprattutto privato), che ha caratterizzato tutti i PIGS negli anni subito precedenti alla crisi del 2007. Come potete vedere dal seguente grafico preso in prestito dal blog del professore di Politica Economica Alberto Bagnai, all'aumentare del differenziale di prezzo tra i prodotti tedeschi (più convenienti) e i prodotti dei PIGS (meno convenienti), l'indebitamento estero di questi ultimi è aumentato di conseguenza:


Ricapitolando: l'euro ci ha trascinati da un sistema a cambi flessibili ad uno a cambi fissi, che, non prevedendo alcuna flessibilità, ha fatto sì che il Paese che per precise politiche salariali altamente scorrette era diventato il più competitivo sui mercati continentali, la Germania, potesse imporsi su tutti gli altri senza incontrare alcuna resistenza. Nel contempo, sempre il regime di cambi fissi a cui ha dato vita l'euro, ha fatto venir meno il rischio di cambio e quindi causato l'esplosione del debito estero in tutti i PIGS.

Adesso starete pensando: "va bene, ma che c'entra tutto questo con l'austerity?" C'entra, eccome se c'entra. Per venir fuori da una simile situazione, ora i PIGS sono costretti a ridurre le importazioni e contemporaneamente a ridurre il proprio indebitamento estero. E indovinate un po': l'austerità serve proprio per questi due motivi, altro che ridurre il rapporto debito pubblico/PIL. Anzi, se con l'austerity montiana suddetto rapporto è addirittura aumentanto (ecco i dati) non è certo un caso: è del tutto evidente che le politiche di austerità, caratterizzate da maggior pressione fiscale e minor spesa pubblica, oltre ad avere dubbi effetti sulla riduzione del debito, hanno l'indubbio risultato di distruggere il PIL, denominatore del rapporto. Una volta assodato che da questo punto di vista l'austerità fa solamente danni, andiamo allora a vedere perchè da Monti a Renzi, passando per Letta, nessun governo italiano può farne a meno. La questione è che non potendo più agire direttamente sulla bilancia commerciale disincentivando le importazioni  (per esempio con l'applicazione di dazi commerciali), né sulla libera circolazione dei capitali disincentivando l'indebitamento estero (che ricordiamo: in massima parte è privato), il governo può agire solo in due modi per ridurre importazioni e indebitamento estero: il primo è quello di lanciarsi in un'affannosa rincorsa alla famosa competitività tedesca precarizzando e deregolamentando a più non posso il mercato del lavoro (vedi Jobs Act, di cui abbiamo già parlato qui); il secondo è quello di stroncare i consumi e la domanda interna, aumentando la pressione fiscale e tagliando la spesa pubblica con la nostra cara austerità (grazie alla quale si ottiene anche il risultato di ripagare i debiti esteri accumulati verso i creditori del nord).

Va da sè che gli effetti collaterali di tali politiche sono devastanti. Precarizzare e deregolamentare il mercato del lavoro porta innanzitutto insicurezza e ingiustizia sociale. Ma oltre a questo, una tale politica non riuscirebbe mai a risolvere la questione competitività, anzi, la renderebbe un problema strutturale, un tormentone di cui diventerà impossibile liberarsi dato che di fatto scatenerebbe  una competizione al ribasso tra i vari Paesi dell'eurozona, in cui questi saranno costantemente impegnati nel fare a gara a chi distrugge di più i salari. Aumentare la pressione fiscale e tagliare la spesa pubblica (ricordiamo che la spesa pubblica non consiste nel bruciare soldi, ma nel trasferirli a soggetti privati sotto forma di stipendi, pensioni, incentivi, aiuti, ecc...) invece equivale ad un impoverimento programmato del popolo e alla distruzione della piccola e media impresa italiana, che è la vera linfa vitale della nostra economia ed è ormai sull'orlo del baratro. Chiaramente, inoltre, gli esiti delle due politiche vanno sommati, dato che attuate congiuntamente, e il risultato è ancor più drammatico.

Ma la cosa più inquietante, in tutto ciò, è che il governo continua costantemente a mentirci in modo spudorato. Ci dicono che è tutta colpa di sprechi e clientelismi, che dobbiamo ridurre il debito pubblico, e poi arriva Monti che con la sua manovra "lacrime e sangue" ottiene il solo risultato, salvo reprimere i consumi, precarizzare i lavoratori e racimolare soldi da restituire ai creditori esteri, di incrementare ulteriormente il debito pubblico stesso. Per giunta, il tecnico inviato direttamente da Bruxelles per riaggiustare i conti pubblici della nostra Italia, manco fosse una caldaia rotta, non è andato affatto a racimolare i 30 miliardi tagliando sprechi e inefficienze varie, ma per l'85% lo ha fatto attingendo a nuove tasse (guarda un po') e per il restante 15% tagliando spesa pubblica tutt'altro che supeflua (basti pensare alla tragedia degli esodati). Perchè non ci dicono apertamente che il problema è che ci stiamo indebitando troppo con l'estero e che quindi hanno deciso di ridurci alla fame per impedircelo? Perchè continuano a tranquillizzarci quando sanno benissimo che se l'architettura dell'euro non cambia radicalmente saremo costretti all'annichilimento economico-produttivo, peraltro già in atto? Ma soprattutto: quando è successo che tutti i massimi vertici dello Stato hanno deciso di tradire il proprio Paese, il loro mandato popolare e costituzionale, pur di tutelare dei meri interessi economici esteri, tra l'altro illegittimi? Lasciamo a voi le risposte a tutte queste domande. Sta di fatto che se fino a ieri vivevamo in una Repubblica democratica fondata sul lavoro, oggi grazie all'euro viviamo in una dittatura economica fondata sull'austerity.

sabato 2 agosto 2014

Tagliare la spesa per diminuire le tasse e rilanciare la crescita? UNA BUFALA!

In questo articolo vogliamo sfatare uno dei mantra che viene ripetuto più spesso negli ultimi anni, quello secondo cui dobbiamo tagliare la spesa per diminuire le tasse e rilanciare la crescita. In effetti il ragionamento sembra filare, non è vero? Se lo Stato la smettesse con la sua stupida spesa improduttiva noi dovremmo pagare meno tasse, potremmo spendere di più, e l'economia tornerebbe a prosperare. Eh già, sembra non fare una piega.

Ma purtroppo la realtà è un po' più complessa di così. Innanzi tutto bisogna capire che la spesa pubblica, perlomeno nella stragrande maggioranza dei casi, non consiste nello scaricare vagonate di soldi nella bocca di un vulcano come vorrebbero farci credere. Non esiste. Che vi piaccia o no, la tanto odiata spesa pubblica è il primo motore della crescita, dato che finisce sempre per tradursi in redditi privati: gli stipendi pubblici, le pensioni, gli assegni di disoccupazione, ma anche le grandi opere, sono tutti soldi che vanno a finanziare i consumi di chi li riceve e quindi a dare nuova linfa all'economia del Paese. Certo, saremmo tutti più contenti se scandali come quello dell'Expo o del Mose non si ripetessero, ma è proprio per questo che esistono la magistratura e le leggi. Non vi sembra un po' troppo comodo cavalcare la sacrosanta indignazione popolare solo per proclamare la dannosità della spesa pubblica?

Quindi se da un lato decidi di tagliare la spesa pubblica e dall'altro, con quanto risparmiato, di ridurre le tasse, in realtà non stai facendo nulla per rilanciare l'economia. Si tratta di una mera scelta politica che ha il solo effetto di trasferire risorse dal settore pubblico a quello privato, e sulla desiderabilità di una simile manovra ci sarebbe molto di cui discutere. Noi, onestamente, preferiamo poter contare su uno Stato sociale che non ci lascia morire di fame solo perchè il mercato decide così; preferiamo un'istruzione pubblica libera ed accessibile a tutti ad un'istruzione privata contaminata da interessi privati e ad esclusivo beneficio di chi se lo può permettere; preferiamo una sanità pubblica che guardi prima alla nostra salute e solo poi al nostro portagogli rispetto ad una sanità privata in cui l'ordine delle due fasi è invertito. Ma ora sicuramente balzerà fuori qualcuno a sbraitare: "Sì, ma il servizio pubblico fa schifo! Siete mai entrati dentro una scuola? E dentro un ospedale? Lo Stato non è in grado di offrire questi servizi, facciamolo fare ai privati che sono più belli e efficienti!". A questo simpatico urlatore da piazza vorremmo chiedere se sa da quanti anni il servizio pubblico è vittima di tagli a investimenti e spesa. Ma questa è un'altra storia, e ne avevamo già parlato qui a proposito di Trenitalia.

Quello che ci interessa dimostrarvi adesso è che chi ci viene a dire:"Tagliamo la spesa pubblica per diminuire le tasse e rilanciare l'economia" è un bugiardo. E questo non solo perchè, come detto poco più su, il tutto si traduce in un simpatico giochino a somma zero. La realtà è ancora peggiore di così. Come scrivemmo in questo articolo, in occasione del Consiglio europeo dello scorso 2 giugno, le raccomandazioni che arrivano da Bruxelles raccontano tutta un'altra storia. Se il governo Renzi, nel DEF di aprile, aveva previsto di mantenere la spesa pubblica al 2,6% del PIL nel 2014, ora l'Europa ci chiede di accelerare. Per questo Renzi adesso inizia a parlare di portarla al 2,3 %. Ma non è tutto. Sempre nelle raccomandazioni del Consiglio europeo all'Italia è esplicitamente espressa la necessità di giungere al pareggio di bilancio entro l'anno prossimo. Sapete che cosa vuol dire tutto ciò? Che in realtà tutti i tagli e le privatizzazioni che ci vengono proposte non serviranno affatto a finanziare una diminuzione della pressione fiscale, ma solo a ridurre il deficit pubblico. D'altronde nonostante i famosi 80 euro, la spending review, e tutte le altre trovate pubblicitarie di Renzi, il DEF affermava chiaramente già ad aprile che la pressione fiscale nel 2014 sarebbe aumentata dello 0,2%.

Allora cosa volete fare? Volete continuare ad essere le pedine inconsapevoli di interessi economici e finanziari in palese contrasto con i nostri più elementari diritti solo perchè un pugno di economisti inviati appositamente da Goldman Sachs e dalla Troika ci dicono che dobbiamo farlo? Allora continuate pure a odiare il pubblico come se fosse di altri e ad amare il privato come se fosse vostro, ma ora sapete benissimo che le cose non stanno così.

giovedì 31 luglio 2014

Chi ha ucciso L'Unità?

Da domani, come saprete, le pubblicazioni del quotidiano L'Unità saranno sospese a tempo indeterminato a causa della bancarotta che ha investito la sua casa editrice Nuova Iniziativa Editoriale S.P.A.

Qui sotto riportiamo la prima pagina dell'edizione di ieri, la penultima:


"Hanno ucciso L'Unità" titolava a caratteri cubitali. E a corredo troviamo anche una nostalgica citazione del suo storico fondatore Antonio Gramsci: "“Dovrà essere un giornale di sinistra. Io propongo come titolo l’Unità puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale”. 

Certo, una prima pagina ad effetto, ma adesso ci rivolgiamo a voi giornalisti dell'Unità: ci fate davvero così deficienti? 

"Hanno ucciso L'Unità"? E il soggetto? Chi sarebbe lo spietato killer che ha visto in voi un nemico tanto pericoloso e scomodo da non permettervi di continuare a stampare il vostro giornale? Ci dispiace costringervi a guardare in faccia la realtà, ma questa volta siete voi i "complottisti". La verità è che in Italia nessuno sentirà la mancanza del vostro giornale, anzi, su Facebook e Twitter si festeggia. Ma eccovi un po' di numeri: nel 2003 L'Unità vendeva 68.554 copie al giorno; oggi non arriva nemmeno a 21.000 copie. E nello stesso periodo avete incassato finanziamenti pubblici per ben 58.453.122,86 di euro, che comunque non sono bastati a salvare il quotidiano dalla bancarotta. Serve altro a capire che i veri assassini del giornale fondato da Gramsci siete voi

Fa rabbia poi sentire il Consiglio di Redazione parlare di "giorno di lutto per la democrazia". Come fate a parlare ancora di democrazia? Proprio voi! Voi che il 13 novembre 2011 titolaste così il vostro giornale:


Il giorno in cui un governo democraticamente eletto dai cittadini italiani fu illegittimamente destituito e sostituito da un vero e proprio regime spacciaste quel colpo di stato per "La liberazione". E da allora fino ad oggi avete sempre cotinuato ad acclamare come salvatori della patria tutti i vari burattini che di volta in volta i poteri finanziari hanno deciso di imporci, ovviamente senza il benchè minimo consenso democratico. Quando un giornale come il vostro sparisce, per la democrazia è una vittoria.

E vogliamo parlare della prima pagina del vostro quotidiano in occasione dell'approvazione del decreto Imu-Bankitalia con tanto di ghigliottina? Bene, eccola qua:


Cioè, il governo regala di fatto 7,5 miliardi di euro a banche e assicurazioni private zittendo le opposizioni e voi titolate: "Respinto l'assalto di Grillo"?  E poi ancora: "Contro l'ostruzionismo sull'Imu usata per la prima volta la norma "taglia-dibattito". Quindi: le legittime proteste contro una clamorosa truffa ai danni del popolo italiano diventano "l'ostruzionismo sull'Imu" mentre l'anti-democratica ghigliottina diventa "la norma taglia-dibattito". E ancora vi chiedete perchè la gente vi odi tanto?

Gramsci sognava un "giornale di sinistra", il giornale del popolo e per il popolo. Ecco perchè siete voi gli assassini dell'Unità, perchè avete tradito la memoria del suo fondatore e l'intero popolo italiano. Vi siete trasformati in un giornaletto di propaganda qualunque, l'esatto contrario di ciò che aveva in mente Gramsci quando la lotta contro il regime fascista gli costò 20 anni di carcere. Con il vostro servilismo vi siete resi complici dell' economicidio che in pochi anni ha causato migliaia di suicidi, milioni di disoccupati, l'annichilimento del nostro settore produttivo, la fuga all'estero di intere generazioni e un degrado sociale e culturale senza precedenti.

Se aveste avuto un minimo di dignità, perlomeno sareste spariti in silenzio. 

mercoledì 30 luglio 2014

Un nuovo allarmante record sbugiarda Renzi: ecco cosa ci aspetta

Dopo il 40,8% ottenuto alle scorse elezioni europee il governo Renzi mette a segno un nuovo record. Questa volta però c'è poco da andarne fieri dato che rigurda la pressione fiscale effettiva italiana, divenuta ormai la più elevata al mondo. Ad affermarlo è la Confcommercio nel suo ultimo rapporto dal titolo "Fiscalità e crescita economica". 

Dalla lettura del documento scopriamo che in Italia, dal 2000 al 2013, a fronte di un aumento della pressione fiscale del 5%, il Prodotto inerno lordo (PIL) pro capite è sceso del 7%. Caro Prodi, ma con l'euro non dovevamo "lavorare un giorno in meno guadagnando come se lavorassimo un giorno in più"? Dai dati sembrerebbe che le cose stiano andando in senso diametralmente opposto, e questo terribile trend non accenna a rallentare.

Neppure il governo Renzi sembra fare eccezzione: da quando si è insediato a Palazzo Chigi, in appena 4 mesi, abbiamo assistito all'aumento del bollo auto, dell'Imu sulle seconde case, della Tasi, delle tasse sul risparmio, dei costi per il rilascio del passaporto, delle accise sulla benzina, del prezzo delle sigarette e delle tasse sull'acquisto di dispositivi dotati di memoria digitale. Ma del resto, mentre TV e giornali continuavano a benedire i famosi 80 euro promessi da Renzi come fossero manna dal cielo, il governo, all'interno del Documento Economico e Finanziario (Def) di aprile, aveva già annuncianto che nel 2014 la pressione fiscale sarebbe aumentata dello 0,2%. Non c'è che dire, il nostro nuovo record sembra essere in buonissime mani.

E mentre le tasse aumentano, il PIL continua a diminuire. Del -0,1% nel primo trimestre di quest'anno (dati Istat di cui vi parlammo già in questo articolo), e non c'è alcun motivo di credere che le cose possano andar meglio d'ora in poi. All'interno del Def il governo aveva previsto una crescita del +0,8% per il 2014, ma tutti i massimi organismi nazionali e internazionali, dall'Istat all'Ocse passando per il Fondo Monetario Internazionale, negli ultimi mesi hanno già provveduto a tagliare al ribasso questa stima. E non è da meno la Confcommercio, che in questo suo ultimo rapporto prevede una crescita del Pil per il 2014 pari al +0,3%

Sapete cosa vogliono dire tutti questi numeri? In due parole: manovra correttiva. Una crescita prossima allo 0 infatti renderebbe impossibile per il governo chiudere il 2014 con un deficit che non superi il 2,6%, e se si tiene conto che il Consiglio Europeo ha recentemente raccomandato all'Italia di procedere verso l'obiettivo del pareggio di bilancio già nel 2014, per poi raggiungerlo nel 2015 (invece che nel 2016, come richiesto dal nostro governo), tale manovra appare davvero inevitabile. Il suo ammontare esatto è ancora difficile da prevedere, probabilmente si aggirerà sui 20 miliardi di euro, ma quel che è certo è che mentre il governo continua a negare, c'è una sonora stangata ad attenderci.

Prepariamoci ad un autunno "lacrime e sangue" e ad un 2015 ancora peggiore, alla faccia del "cambiamento" e di chi l'ha votato.

domenica 27 luglio 2014

L'Italia cambia verso: ADDIO DEMOCRAZIA

Questi sono giorni caldi, se non per la stagione estiva, sicuramente per il clima politico. I nostri parlamentari stanno discutendo sull'approvazione del DDL 1429 titolato "revisione della Parte II della Costituzione". Discutendo per modo di dire, visto che al Senato è già stata utilizzata la tagliola per "contingentare i tempi e scongiurare l'ostruzionismo delle opposizioni". Sono stati quindi previsti paletti temporali per gli interventi di ogni gruppo parlamentare, adducendo come motivazione una presunta e incalzante urgenza per l'approvazione della riforma della Costituzione. Poco importa se si tratta di una materia che, data la sua importanza, richiederebbe come minimo lucidità, dialogo, confronto e un'adeguata tempistica, specialmente considerando le perplessità di un'ampia fetta di opinione pubblica che comprende anche numerosi giuristi e intellettuali (ad esempio consigliamo questo articolo di Aldo Giannulli), che leggono come una evidente deriva autoritaria l'istituzione di un Senato non elettivo e la parallela approvazione di una legge elettorale che presenta gli stessi vizi di incostituzionalità del Porcellum (premio di maggioranza spropositato e assenza delle preferenze). Per cercare di comprendere le ragioni di tutta questa fretta del Governo, vi invitiamo innanzitutto a dare un'occhiata al testo ufficiale del disegno di legge, che potete trovare qui (per un confronto con la Costituzione ancora intatta, la potete trovare a questo link). Può essere molto utile per fare un po' di chiarezza, oltre gli slogan e sicuramente oltre i "colpi di sole". Vediamone insieme alcuni punti salienti. 

Partiamo da quello che consideriamo un chiaro segnale della direzione verso cui puntano le modifiche costituzionali. Il "vecchio" articolo 67 recita: "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato." Se le riforme renziane verranno approvate, questo articolo verrà sostituito dal seguente: "I membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato". Insomma, i membri del Parlamento non rappresenteranno più la Nazione, ne saranno svincolati.

Ovviamente poi, per rendere non elettivo il Senato, il disegno di legge in questione abolisce l'articolo 58 della Costituzione, secondo cui "i senatori sono eletti a suffragio universale e diretto dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età. Sono eleggibili a senatori gli elettori che hanno compiuto il quarantesimo anno".

Ma andiamo avanti. Sono emblematiche anche le modifiche agli articoli 78, 79 e 80. Solo la Camera dei deputati avrà il potere di deliberare lo stato di guerra e di attribuire al Governo i poteri necessari. Avrà inoltre il pieno potere di decidere amnistie e indulti, oltre che di autorizzare con legge la ratifica di trattati internazionali. Non serve dilungarsi sulle conseguenze di quest'ultima modifica, se avete sentito parlare di Fiscal Compact, ma soprattutto se avete sentito parlare di TTIP e di Fondo di Rendenzione Europeo, due dei trattati al momento in cantiere e che saranno sfornati molto presto dall'Unione Europea (potete trovare maggiori informazioni rispettivamente qui, qui e qui). Il passaggio dal Senato non sarà più un problema, e questi trattati potranno essere approvati in sordina dalla sola Camera dei deputati, dove lo spropositato premio di maggioranza voluto da Renzi e Berlusconi permetterà al Governo di procedere senza intoppi. Grazie all'Italicum infatti il partito che risulterà vincitore delle elezioni otterrà automaticamente il 53% dei seggi (e questo potrebbe accadere anche se prendesse meno del 20% dei voti, come abbiamo dimostrato in questo articolo). Insomma, sarà una passeggiata, e i tecnocrati di Bruxelles potranno davvero dormire sonni tranquilli.

Continuando a scorrere il nostro documento, leggiamo che verrà abolito il secondo comma dell'articolo 83, riguardante l'elezione del Presidente della Repubblica, che recita: "All'elezione partecipano tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze. La Valle d'Aosta ha un solo delegato". Sembra quindi che la rappresentanza delle minoranze, che evidentemente i Costituenti avevano molto a cuore, non verrà più assicurata.

Inquietanti poi anche le modifiche all'articolo 94, che stabiliscono che il Governo dovrà avere la fiducia esclusivamente dalla Camera dei deputati. Le considerazioni fatte poco sopra riguardo al premio di maggioranza spropositato che deriverà dall'Italicum e che permetterà al partito di maggioranza di ottenere 354 seggi su 725 valgono evidentemente anche per questa modifica. Questi 354 seggi non andranno neppure spartiti con i cosiddetti "partitini" appartenenti alla coalizione vincitrice, data la nuova soglia di sbarramento per i partiti coalizzati, portata dal 2% al 4,5%. In questo caso quindi sarà il Governo in carica a poter dormire sonni tranquilli, dato che ottenere e mantenere la fiducia non rappresenterà più un problema, grazie al tremendo mix Italicum-Senato non elettivo.

Anche le modifiche che verranno apportate all'articolo 135 ci sembrano degne di nota. L'articolo modificato stabilisce che dei 15 giudici di cui è composta la Corte Costituzionale, 5 saranno nominati dal Presidente della Repubblica, 5 dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative, 3 dalla Camera dei deputati e 2 dal Senato delle Autonomie. Rispetto alla Costituzione attuale, il cambiamento riguarda esclusivamente l'ultima parte, in quanto l'originario articolo 135 stabilisce che 5 giudici sono nominati dal Parlamento in seduta comune. Quali sono quindi le implicazioni? Innanzitutto, bastano alcuni semplici calcoli per capire che il partito di maggioranza, grazie all'Italicum e alla riforma del Senato, potrà eleggere da solo il Presidente della Repubblica. Riportiamo un passaggio interessante dell'articolo di Aldo Giannulli sopra riportato per fare chiarezza sul punto: "Con la riduzione del Senato a 95 membri, il Parlamento in seduta comune passa da 1008 membri (più gli ex Presidenti) a 725, per cui la maggioranza assoluta dei votanti scende da 505 a 363 voti. Considerando che l’Italicum prevede un premio elettorale di 354 seggi per il vincitore, si ricava che bastino solo 9 senatori per assicurare al partito di governo il potere di eleggere da solo tanto il Presidente della Repubblica quanto i giudici costituzionali". Inquietante a dir poco, non trovate? Tornando al nostro articolo 135 modificato, possiamo comprendere come la maggioranza della Corte Costituzionale (8 giudici su 15) dopo la riforma di Renzi sarà formata da 5 giudici nominati dal Presidente della Repubblica (e quindi, per i motivi appena chiariti, dal partito di maggioranza) più altri 3 giudici nominati dalla Camera dei deputati, che in virtù del famoso premio di maggioranza sarà totalmente in balia del partito vincitore delle elezioni. Se poi si tiene conto che sia il Presidente della Repubblica e sia la Corte costituzionale dovrebbero essere organi neutrali e di garanzia per un equilibrato assetto democratico, la gravità di queste misure ci sembra inequivocabile.

E' chiaro che le modifiche che il Governo vuole apportare alla Costituzione non sono certo una questione di inutili privilegi da abolire o costi da tagliare, come vuole farci credere Matteo Renzi. Parlare di deriva autoritaria non è, evidentemente, frutto di una sterile polemica dei "gufi" e "rosiconi" di turno. E' la realtà dei fatti, per ora ancora sulla carta, ma se questo disegno di legge verrà approvato diventerà la nostra nuova gabbia, dalle maglie sempre più strette.

martedì 15 luglio 2014

Ecco chi guiderà l'Unione Europea per i prossimi 5 anni

Oggi il Parlamento Europeo ha ratificato, con 422 voti a favore e 250 contrari, quanto deciso nel corso dell'ultimo Consiglio europeo dello scorso 28 giugno: il nuovo presidente della Commissione Europea sarà Jean-Claude Juncker. Si tratta di una decisione di grande importanza e impatto sulle prossime politiche di Bruxelles, dato che la Commissione Europea è l'organo esecutivo dell'Unione Europea, oltre ad essere l'unica istituzione comunitaria cui spetta il potere di iniziativa legislativa.

Nel discorso pronunciato stamane ai parlamentari europei Juncker si è definito "il presidente del dialogo sociale" e ha presentato alcuni aspetti del suo programma per i prossimi 5 anni, tra cui il lancio di un programma di investimenti pubblici e privati da 300 miliardi di euro in 3 anni, la lotta contro il dumping sociale (la delocalizzazione delle imprese in aree in cui il costo del lavoro è inferiore o dove il diritto del lavoro è meno stringente) e il rafforzamento del mercato unico (soprattutto in campo digitale). Tuttavia anche il suo predecessore alla presidenza della Commissione, Josè Manuel Barroso, nel 2009 si era presentato al Parlamento Europeo concentrando l'attenzione sulla necessità di un mercato sociale in risposta alla crisi economica e impegnandosi "a combattere il dumping sociale". Addirittura, per quanto riguarda il bilancio UE, era arrivato a promettere di "portare avanti un approccio basato sulla solidarietà", ma è evidente che di tutte queste promesse si è concretizzato ben poco. A ciò si aggiunga che Juncker, oltre ad una loro puntuale elencazione, non ha dato alcun dettaglio sui suoi punti programmatici, rimandando anzi a febbraio 2015 l'elaborazione di un programma per la crescita e l'occupazione. Per tutte queste ragioni preferiamo concentrarci sulla figura di Juncker piuttosto che sulle sue parole, per testare la sua credibilità e capire se effettivamente possiamo fidarci.

Governatore della Banca mondiale dal 1989 al 1995, Jean-Claude Juncker assunse dal 1995 la responsabilità di Governatore del Fondo Monetario Internazionale e di Governatore della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS). Inoltre, dal 1995 al 2013 è stato Primo Ministro del Lussemburgo, un paradiso fiscale, dove esercitava anche le funzioni di Ministro delle Finanze, Ministro del Lavoro e Ministro del Tesoro. Dal 2005 poi Juncker entrò in carica come primo presidente permanente dell'Eurogruppo, il centro di coordinamento che riunisce i ministri dell'Economia e delle finanze degli Stati che adottano l'euro, e mantenne tale incarico fino a gennaio del 2013. In tutti questi anni ha avuto quindi un ruolo centralissimo nella gestione della crisi e nella scelta delle politiche economiche e finanziarie dell'Unione Europea.

Insomma, si tratta di quanto di più vecchio potessimo aspettarci. Dopo elezioni europee in cui in Paesi come Francia e Inghilterra si è imposto il fronte euroscettico e in altri come l'Italia teoricamente ha vinto il "cambiamento", la risposta delle istituzioni comunitarie al crescente malcontento è Juncker, un vecchio insider, uno dei maggiori responsabili delle disgraziate decisioni che hanno portato l’Europa nella sua attuale empasse e un maestro del metodo Monnet. “Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo di vedere cosa succede. Se non c’è nessuna protesta, perché la maggior parte delle persone non capisce cosa stiamo facendo, andiamo avanti passo dopo passo fino a quando siamo oltre il punto di non ritorno”, ha dichiarato tempo fa al “Der Spiegel”. Questo era il tasso di democrazia in Europa fino a ieri, e questo continuerà ad essere almeno per i prossimi 5 anni.

Ma oltre ad aver presieduto l'Eurogruppo Juncker, come detto, è stato anche governatore della Banca Mondiale, del FMI e della BERS, tre organismi finanziari internazionali che fanno della diffusione del neo-liberismo a livello globale il loro obiettivo principale. Privatizzazioni, riforme strutturali e apertura ai mercati in cambio di prestiti, questa è la loro ricetta. Vi ricorda qualcosa

Ma anche in patria il nuovo presidente della Commissione Juncker ha giocato un ruolo di prim'ordine per quasi un ventennio. Qui faceva parte del Partito Popolare Cristiano Sociale, un partito di stampo democristiano e fortemente europeista. E ci mancherebbe, se oggi il Lussemburgo è il secondo gestore al mondo di fondi di investimento, dopo gli USA, lo deve proprio agli accordi europei, che gli hanno permesso di estendere i propri clienti da poche centinaia di migliaia di residenti a 350 milioni di potenziali clienti europei. A fronte di poco più di 500.000 abitanti infatti, oggi il Lussemburgo conta ben 3841 fondi domiciliati nel suo territorio che alla fine del 2013 gestivano asset per 2,4 trilioni di euro. E lo stesso discorso vale per il suo sistema assicurativo, che pesa per 4 volte il suo PIL e di un sistema bancario che gestisce asset per circa 18 volte il suo PIL. Come si può pensare che un politico proveniente da una realtà come questa, totalmente dedita alla finanza e di cui solo il 14% del PIL è generato da industria e agricoltura, possa riavvicinare le istituzioni europee all'economia reale e proporre un' efficace regolamentazione finanziaria?

Ma non è finita, c'è un'altra curiosità che riguarda il nuovo presidente della Commissione europea. Nel 2013 infatti Juncker fu costretto a dimettersi da Primo Ministro del Lussemburgo perchè coinvolto in uno scandalo a dir poco inquietante: una Commissione parlamentare presentò un report che descriveva una vera e propria "struttura di polizia segreta", che aveva compiuto migliaia di intercettazioni illegali, organizzato missioni fuori dal suo mandato, spiato politici, acquistato automobili per uso privato con denaro pubblico e accettato soldi in cambio di favori. Insomma, è questa gente che dovrebbe salvarci dalla nostra classe politica corrotta e parassitaria? Siamo messi proprio bene. 

Chi ha votato il PD di Renzi alle ultime Europee sapeva che con questa scelta avrebbe avallato la nomina di un presidente della Commissione che rappresenta la personificazione del liberismo, degli interessi finanziari e di tutte le politiche di rigore e austerity imposte da Bruxelles negli ultimi anni? Sapeva che avrebbe votato per un candidato proposto dalla Merkel unicamente per mantenere lo status quo? Vogliamo sperare di no, ma soprattutto vogliamo sperare che se ne inizi a rendere conto prima di ripetere lo stesso errore. 

lunedì 14 luglio 2014

Italiani sempre più poveri: come uscirne?

Oggi l'Istat ha pubblicato un report dal titolo "La povertà in Italia" e il quadro che ne risulta è a dir poco drammatico. Con riferimento al 2013 le persone che si trovano in condizioni di povertà relativa sono ben 10 milioni, ovvero il 16,6% della popolazione, mentre quelle in povertà assoluta sono circa 6 milioni (il 9,9% della popolazione).

Quando si usa l'epressione "povertà assoluta" si intende "l'incapacità di acquisire i beni e i servizi necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza". In sostanza è "assoluta" in quanto non considera gli standard di vita prevalenti all'interno della comunità di riferimento e si focalizza sulla disponibilità di beni e servizi essenziali. Quando invece si parla di "povertà relativa" non contano le condizioni materiali dei poveri, bensì la loro distanza dalle caratteristiche della maggior parte della popolazione. Ad esempio l'Istat considera relativamente povera una famiglia di due persone quando consuma meno della media dei consumi nazionali per persona. Una soglia di povertà così individuata, quindi, si muove nel tempo a seconda dei cambiamenti nelle condizioni di benessere generale.

Alla luce di quanto detto finora possiamo dire che oggi in Italia ci sono oltre 6 milioni di persone che non dispongono neppure di beni e servizi essenziali (alimentazione, vestiario, alloggio, salute, ecc...), mentre oltre 10 milioni di persone si trovano in una condizione di povertà relativa rispetto ai consumi medi nazionali. Ma confrontati con i livelli pre-crisi questi dati sono ancora più sconfortanti. Nel 2007 la povertà assoluta riguardava 2 milioni e 400 mila individui, mentre la povertà relativa coinvolgeva 7 milioni e 500 mila persone. Quindi in 6 anni la percentuale di popolazione assolutamente povera è aumentata del 150%, mentre la percentuale di popolazione relativamente povera è aumentata del 33%. E questo nonostante la spesa media mensile per persona (e quindi la soglia di povertà relativa) sia diminuita dai 986,35€ del 2007 ai 972,52€ del 2013.

Insomma, in questi 6 anni di crisi e austerity i consumi sono generalmente diminuiti, i poveri in senso assoluto sono quasi triplicati e ormai il 16,6% della popolazione italiana si trova ai margini della società. Come si può uscire da una situazione tanto drammatica? La risposta è semplice: capendo quali fattori hanno provocato un tale disastro economico e sociale e ponendovi rimedio. 

Sappiamo bene che dagli inizi degli anni '90 la deregolamentazione del mercato del lavoro ha determinato una stagnazione dei salari a vantaggio del grande capitale. Ma si trattava di un vantaggio a corto raggio, dato che poi la stagnazione dei salari ha determinato un calo dei consumi e quindi la crisi di moltissime aziende, che a sua volta ha generato disoccupazione e un ulteriore calo della domanda, in un circolo vizioso senza fine. Per questo si è resa necessaria in quegli anni una ancora più massiccia deregolamentazione, quella del settore finanziario. -Se la gente non può consumare, prestiamogli i soldi- si sono detti. Ma qui gli effetti collaterali sono stati ancora più evidenti: le banche hanno iniziato a concedere sempre più prestiti e ad assumersi sempre più rischi, ben consapevoli che in caso di difficoltá sarebbe intervenuto lo Stato a salvarle. Così, quando alla fine moltissime persone non sono riuscite a ripagare i propri debiti, la bolla è scoppiata e con essa anche la famosa crisi finanziaria con cui siamo alle prese dal 2008. 

Il problema ora è che, di punto in bianco, quando gli Stati sono intervenuti per salvare le proprie banche, accollandosene quindi i debiti, come per magia la crisi del debito privato si è trasformata nella crisi del debito sovrano. E' evidente che non si può pensare di azzeccare la terapia se si sbaglia la diagnosi. Per questo tutte le ricette fatte di tagli alla spesa pubblica, austeritá e rigore imposte dall'Unione Europea negli ultimi anni si sono rivelate dannose oltre che inutili. Quella con cui abbiamo a che fare è una crisi del debito privato e ormai ne conosciamo bene le origini e le dinamiche. Tutto ciò che bisognerebbe fare è promuovere un'effettiva redistribuzione del reddito, ad esempio ricollegando i salari alla produttivitá e potenziando il welfare, e una stringente regolamentazione del settore bancario e finanziario. Ovviamente, il presupposto per poter prendere questo tipo di decisioni è innanzitutto riacquisire la nostra sovranità.

Va da sè però che in gioco ci sono moltissimi interessi. Finchè continueremo a votare Presidenti del Consiglio scelti da Goldman Sachs e dai vari istituti finanziari internazionali, finchè i nostri ministri del Tesoro continueranno a provenire da quella stessa scuola e finchè lasceremo che siano i mercati a decidere le nostre politiche, questa crisi non avrá mai fine, anzi. Ciò che attualmente ci viene proposto dai nostre governanti è esattamente quello da cui dovremmo fuggire. Il pareggio di bilancio, inserito in Costituzione dal governo Monti e vincolante giá dal prossimo anno, e l'ulteriore deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro proposti da Renzi ne sono due esempi emblematici. Riusciremo a capirlo prima che sia troppo tardi?